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martedì 1 dicembre 2015

Cave lapicidinae, attento alla cava di pietre

Lettera aperta del sindaco di Cori (LT) ai suoi concittadini
“Cari cittadini, la Regione Lazio negli ultimi tempi ha autorizzato nei pressi del nostro territorio (Rocca Massima) e nel territorio di Cori l’apertura di due nuove cave; che, unite a quella già in attività da anni, fanno tre. Senza ascoltare il Comune di Cori, anzi, contrariamente al parere negativo del Comune di Cori. Ciò significa che tra qualche anno potremo trovarci un larghissimo buco aperto tra Cori e Giulianello con grave danno al paesaggio e all'aspetto complessivo del paese. Una larga ferita aperta nel cuore del nostro territorio, che francamente mi offende come sindaco e come cittadino, e che dovrebbe offendere tutti noi.  I sindaci passano, il tempo passa e le ferite restano. E resteranno per i nostri figli e per i nostri nipoti. E la ferita sarà ancora più sanguinante perché non l’abbiamo scelta, non l’abbiamo voluta, ci è stata inferta.
 La Regione Lazio non ci ha consultato e quando ci ha consultato non ha ascoltato il nostro parere. La responsabilità è tutta ed apertamente politica. Di conseguenza è la politica che deve trovare una soluzione a questa vicenda. Sono stati privilegiati gli interessi meschini dei soliti furbi. Proprio in un momento in cui la tutela del territorio, l’attenzione alle tipicità agricole e paesistiche, al patrimonio culturale, stava dando una risposta positiva al futuro del nostro paese, questa mannaia che cade dall'alto ci riporta indietro di anni. Nonostante i vertici globali sul clima e sul paesaggio, nonostante le teorie sulla sostenibilità, nonostante il messaggio ecumenico del Papa, l’unico politico rimasto a parlare al futuro dell’umanità, le strade che si percorrono sono sempre le stesse.
Questo è un appello, rivolto a tutti i cittadini di buona volontà, senza distinzione di appartenenza politica, che spesso non appare avere più senso; è un appello a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro paese e anche il futuro complessivo del territorio. A tutti coloro che amano la bellezza. Chiamiamoci, cerchiamoci, dialoghiamo e solidarizziamo. Se restiamo isolati saremo sconfitti. Tommaso Conti, sindaco e cittadino di Cori e Giulianello.”


Più chiaro di così non poteva essere e non possiamo che condividere. Aggiungiamo che c'è ancora un cammino lunghissimo che la nostra civiltà, tra le altre, dovrà fare per passare dalle parole ai fatti. Cos'è una cava? Nello specifico si tratta di fare un buco nel terreno, enorme, modificando il territorio, il paesaggio, già pesantemente gravato dalla presenza di una cava. Abbiamo visto che cosa produce un mostro del genere, in cambio di 9 posti di quello che chiamano "lavoro", ma che andrebbe definito per quello che è, ossia l'ennesimo saccheggio legalizzato perpetrato su un territorio ancora non affrancato dal pensiero ottocentesco di SFRUTTAMENTO delle risorse senza possibilità di rinnovo futuro, senza pensare neanche ai propri figli, ai quali lasciano un territorio devastato e magari l'attività stessa di devastazione. 
Non c'è bisogno di essere estremamente dotati di intelletto, per capire che una montagna dedita alla pastorizia e all'agricoltura rende 10 ma per 10000 anni e per 100000 persone, mentre la stessa montagna sbriciolata e venduta a pezzi rende 100, ma per 10 anni e 10 persone. I numeri sono molto approssimati è chiaro, ma per dirlo in altre parole, se la montagna scompare, lì dov'era rimarrà roccia arida che impiegherà cinquant'anni per rivedere vita. Cosa non è chiaro per vedere che ciò è sbagliato? 
Non è la bellezza del paesaggio a rischio, il nostro paesaggio è già distrutto. A qualcuno sarà capitato di parlare con chi a Cori non c'è mai stato, ma se questi è avvezzo a passare dalla pontina potrete facilmente indicargli Cori come il "paese vicino al buco", facilmente capirà dov'è. Vista da Latina Cori sembra più piccola di quella voragine visibile a decine di chilometri di distanza (e scommetto che almeno il centro storico ci entrerebbe comodo). Cori come tutta Italia inoltre non ha più lo smalto di un tempo. Come in molte parti d'Italia (specie al sud ovvio) il centro storico sta letteralmente crollando, è un ricettacolo di tragedie annunciate da decenni, si aspetta solo il disastro perché non ci sono fondi, o comunque non siamo stati in grado di prenderne una parte dall'Europa che spesso si trova col resto. Certo molto è stato fatto, ma ancora dobbiamo riparare a decenni di palazzinari, per non parlare dei rifiuti...questo mondo è già al termine, possiamo solo rallentare la caduta, lo schianto nel baratro che ci stiamo scavando giorno per giorno, ma l'importante è divertirsi giusto?
Quindi ciò che ci deve interessare è frenare il danno esistente e tuttora in estensione. Il vero danno è quello di tutti i giorni, pezzi di territorio che vengono distrutti PER SEMPRE e irrimediabilmente, ciò che fanno è in vero un danno triplo. Il primo danno è quello diretto, ed è sotto gli occhi di mezza provincia, dai monti al mare si vede quella frana artificiale, quello squarcio vergognoso nel ventre di madre terra.
Tale danno include le strade con asfalto divelto, vengono deformate e dissestate dai camion, enormi e con tonnellate di carico. Quello stesso carico di finissima polvere calcarea è come un manto che si estende tutt'intorno sugli ulivi e la terra che circondano la cava e che corrono lungo le strade percorse da quegli stessi camion.
Il danno collaterale è la connivenza di interessi "economici" con le istituzioni, quando si incontrano mentalità predatorie, fantasie lanzichenecche e in poche parole chi approfitta non è fondamentalmente capace o non è facilitato nel poter scegliere avvedutamente la soluzione migliore per lavorare, che non può essere chiaramente quella in foto. 
Infine c'è il danno presente e futuro, la modifica irreparabile del microclima e dell'assetto idrogeologico, in una penisola come l'Italia significa anticipare di milioni di anni quella che dovrebbe essere l'erosione naturale di prezioso territorio, con la conseguente distruzione degli ecosistemi rimasti e già provati.

Fin quando sopravviverà questa mentalità arcaica di fare affari e non si intraprenderà veramente un cammino di economia e società più avveduta (non serve illuminata), avremo sempre a che fare con predatori e distruttori. Il bene comune è poco apprezzato in Italia, questo perché ne avevamo moltissimo sia naturalistico che culturale, oggi entrambi questi sottoinsiemi di un sommo bene comune sono minacciati di estinzione. Siamo una civiltà fallita e non abbiamo assolutamente nulla da pretendere di voler insegnare ad altre civiltà, non siamo migliori né peggiori, siamo umani e come tante altre razze animali, sebbene alcuni se ne siano resi conto per peculiare coscienza della specie, ci siamo incamminati da tempo verso la nostra auto-estinzione. Ma siamo umani e siamo capaci di entrambi gli estremi, mi piace pensare che per ogni distruttore c'è chi tutela il territorio, per ogni corrotto c'è chi ha la coscienza pulita, per ogni egoista c'è chi guarda alla vita con vero amore per essa. Nel gioco delle parti, ognuno sceglierà chi voler incarnare.

sabato 4 aprile 2015

ECOMUSEO (prima parte)

Proviamo a riassumere con una serie di fotografie accompagnate da brevi testi, il lavoro svolto in collaborazione dalle associazioni di volontariato ONLUS Argonauti Naucrates, a partire dal dicembre del 2012 fino all'inizio di questo 2015.

Le due associazioni collaborano allo stesso progetto di volontariato, mai finanziato da fondi pubblici, consistente nel restauro ambientale di un'area verde abbandonata al centro del paese di Cori (LT),  adiacente al museo della città e del territorio, esprimendo così gratuitamente la tutela del patrimonio ambientale pubblico. Quest'area sita in via minzoni, viene qui denominata ECOMUSEO: ogni cosa che esiste ha diritto ad avere un nome, perché di ciò che esiste dobbiamo poter parlare. 

Così si presentava l'area all'inizio dei nostri lavori:
Vista da Sud-Est verso Nord-Ovest, l'area è visibilmente scoscesa, completamente ricoperta da ogni sorta di infestante. Per capire cosa si celava dietro e sotto la cortina di rovi, vitalba, graminacee e cespugli, abbiamo dovuto operare una lunga e paziente pulizia che ci portasse a livello del terreno. In alto a destra nella foto sopra, sono visibili l'antica torre d'avvistamento e il livello della strada, quest ultimo segnalato dal corrimano del soprastante marciapiede. 

Con sommo dispiacere ma con poca sorpresa, abbiamo tirato fuori e portato nell'isola ecologica chili e chili di immondizia di ogni tipo: in foto un pacchetto ancora imballato di riviste, chili di stracci di vestiti, pezzi di vasi di plastica, secchi e bidoni di ferro arrugginiti.                         

Abbiamo persino dissepolto materiali come questo cartello, usato probabilmente nelle elezioni degli anni '90. Eccessive quantità di materiali edili di risulta ricoprono la parte superiore dell'area, tanto da averne modificato la pendenza. Tale discarica di detriti urbani è probabilmente risalente ai tempi dei lavori di ampliamento della strada soprastante l'ecomuseo. Quest'area situata nel cure del paese, in buona sostanza, per (almeno) più di 10 anni è rimasta abbandonata e adibita a discarica abusiva occasionale. La causa è ovviamente la primitività e l'incuria di alcuni abitanti che abbandonano ancora rifiuti per strada e nei fossi. L'evoluzione tecnologica che ci fa sembrare entrati nel futuro, in realtà, nasconde un vuoto immenso di cultura televisiva, di ignoranza del bene comune e indolenza. Non rimane che dare il buon esempio in pochi, rivolgendosi ai pochi che possono seguirlo.
L'obiettivo delle due associazioni a breve termine è stato la riqualifica dell'area, a medio termine il restauro ambientale, con la piantumazione di nuove specie arboree. Infine a lungo termine si potrà utilizzare l'area a fini didattici, una volta predisposta. In una futura fase di divulgazione, l'Ecomuseo vuole essere inteso come aula naturale per lezioni sulla vita nelle sue infinite forme e per trasmettere ai più giovani e a tutti l'importanza della valorizzazione di un equilibrato ambiente naturale in cui poter vivere.

Nel ripulire l'area dalle infestanti, abbiamo conservato specie particolari, non invasive, segnalandone la presenza come nelle foto seguenti, in modo da permetterne e avvantaggiarne la riproduzione, prima di passare ad inserire le nuove essenze.


Nei cinque mesi da marzo a luglio 2013 è stata portata a termine la prima fase progettuale ed esplorativa ed è iniziata la fase di restauro vera e propria, sono state così messe a dimora diverse essenze (querce, lecci, sughere). Inoltre molte essenze di diverse specie già presenti, sono state preservate dai tagli e si stanno  auto-selezionando in base a posizione e vigore, con potature adeguate.

lunedì 12 maggio 2014

Strumenti di dominio statuitense

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/ttip-e-tpp-strumenti-di-dominio-statunitense/19977/

TTIP E TPP, STRUMENTI DI DOMINIO STATUNITENSE

Stati Uniti d'America :::: Giacomo Gabellini :::: 30 agosto, 2013 :::: Email This Post   Print This Post
TTIP E TPP, STRUMENTI DI DOMINIO STATUNITENSE
Dopo il via libera ottenuto verso la metà del giugno 2013 dagli Stati membri dell’Unione Europea e dal Congresso statunitense, ilpresidente degli USA Barack Obama e le principali autorità europee hanno ufficialmente avviato i colloqui volti a favorire la creazione del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) – o Trans Atlantic Free Trade Area (TAFTA) –, un’area di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa che dovrebbe regolamentare il mercato tra le due sponde dell’Atlantico, con particolare riferimento a prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti, energia e materie prime, misure sanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, sviluppo sostenibile, composizione delle controversie, stimolo della concorrenza, facilitazione dell’interscambio e gestione delle imprese di proprietà statale.
TTIP
Ancor prima dell’inizio delle trattative finalizzate a dar concretezza al progetto di “area di libero scambio transatlantica”, pressoché tutti i governi europei hanno immediatamente enfatizzato le ricadute benefiche che la costituzione di un mercato unico completamente liberalizzato prometterebbe di generare, soprattutto per quanto riguarda presunti incrementi del Prodotto Interno Lordo complessivo, la crescita (altrettanto presunta) del reddito pro capite e la creazione (ancor più presunta) di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Queste conclusioni si basano ovviamente sulle tesi “friedmaniane”, secondo cui lavorando dal lato dell’offerta si alimenterebbe la concorrenza, determinando una corsa al ribasso sui costi che dovrebbe magicamente produrre un incremento del Prodotto Interno Lordo. Nonostante l’assoluta mancanza di prove a supporto di questa tesi che viene ossessivamente ripetuta da decenni, l’aspetto più deteriore della creazione del TTIP sarebbe tuttavia rappresentato dall’uniformazione dei regolamenti, che, visti e considerati i rapporti di forza tra Stati Uniti ed Europa, è possibile immaginare alla tutela di quali interessi andranno a conformarsi.
Prendendo in esame il settore agricolo, va infatti sottolineato che negli Stati Uniti è possibile coltivare e commercializzare Organismi Geneticamente Modificati (OGM), così come utilizzare ormoni per stimolare la produzione di latte bovino e per accelerare la crescita degli animali allevati a scopo alimentare. Il “libero scambio” da un lato determinerebbe l’immediata invasione del mercato europeo di questi prodotti (sulla cui sicurezza aleggiano non pochi dubbi), mentre dall’altro comporterebbe la cancellazione delle denominazioni di origine controllata, non riconosciute negli USA, autorizzando di fatto la commercializzazione di vini, formaggi, oli e di tutte le altre specialità tipiche prodotte in qualsiasi Paese membro del TTIP, infliggendo danni incalcolabili alle piccole e medie aziende locali operanti nel settore. In tal modo, l’area di libero scambio faciliterebbe la penetrazione del mercato europeo da parte dei colossi dell’agri-business, i quali (oltre alle enormi quantità di OGM) immetterebbero cibi trattati con agenti chimici e prodotti agricoli massicciamente sovvenzionati dallo Stato rendendo assai meno competitive le merci locali. Per quanto concerne invece il settore terziario, appare piuttosto significativo il fatto che durante i colloqui preliminari tenutisi nel giugno 2013, Commissione Europea e autorità statunitensi abbiano ventilato l’ipotesi di escludere dalle trattative unicamente i servizi per i quali non esiste offerta privata; acqua, sanità, istruzione e gestione delle strutture carcerarie rischierebbero quindi di subire una vasta, inaudita campagna di privatizzazione che provocherebbe l’eliminazione delle prerogative di cui le strutture statali hanno goduto finora, nonché lo smantellamento definitivo dei sistemi di welfare vigenti in varia forma all’interno di tutti i Paesi europei, da cui trarrebbero enormi guadagni le compagnie statunitensi, abituate ad operare in un sistema quasi completamente privatizzato. Negli Stati Uniti vi sono effettivamente imprese private di dimensioni e forza tali da poter colonizzare il mercato europeo in settori che all’interno del “vecchio continente” sono coperti dall’apparato pubblico, il quale verrebbe immediatamente scardinato dalla corsa al ribasso promossa dal TTIP. Le prospettive divengono invece particolarmente desolanti se si considerano le possibili ripercussioni sull’ambiente, dal momento che le regole in vigore all’interno degli Stati Uniti risultano assai molto meno vincolanti (negli USA non esiste alcuna “carbon tax”) rispetto a quelle europee, per via del primato riconosciuto alle aspettative di guadagno da parte delle aziende sulla difesa della salute pubblica e sulla tutela dell’ecosistema. Non è infatti un caso che diversi colossi petroliferi statunitensi abbiano denunciato presso il tribunale arbitrale del North Atlantic Free Trade Agreement (NAFTA) lo Stato canadese del Quebec, reo di aver votato una moratoria sull’estrazione dello shale gas a difesa della salute dei cittadini, adducendo motivazioni legate alla perdita di guadagno potenziale derivante da tale decisione.
NAFTA

La rimozione delle ultime barriere protettive tra Stati Uniti ed Unione Europea da un lato comporterebbe una consistente perdita economica per i Paesi del “vecchio continente, dal momento che le merci europee subiscono una tassazione media del 3,5%% per entrare negli USA, mentre i dazi medi sulle importazioni di merci prodotte negli Stati Uniti raggiungono il 5,2%. D’altro canto, agevolerebbe l’operato delle multinazionali (anche implementando misure di sicurezza volte a difendere il diritto alla proprietà intellettuale) che, dislocando la produzione nei Paesi del “terzo mondo”, possono permettersi di commercializzare le loro merci a prezzi più bassi rispetto a quelli dei prodotti fabbricati all’interno dei confini europei. La deriva deflazionistica che verrebbe automaticamente innescata dall’istituzione del TTIP costituirebbe una catastrofe in primo luogo per Paesi come l’Italia, in cui le piccole e medie imprese rappresentano la spina dorsale dell’economia nazionale.
Il TTIP presenterebbe quindi svariate analogie con la “area di libero scambio” sognata dai latifondisti cotonieri del sud degli Stati Uniti verso la metà del XIX Secolo. Questi grandi proprietari terrieri – i quali mantenevano un rapporto di stretta interdipendenza con la potenza centrale allora dominante, ovvero la Gran Bretagna, il cui sistema manifatturiero manteneva estremamente elevata la domanda internazionale di cotone – promuovevano linee politiche fondate sui presupposti propri alle teorie liberiste degli “economisti dell’impero” David Ricardo ed Adam Smith; l’area di libero scambio da essi pretesa avrebbe consolidato il rapporto di subalternità geopolitica che intercorreva tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, relegando i primi al ruolo di fornitori di materie prime per conto dei sistemi industriali dei secondi. Non a caso il TTIP è stato paragonato a una sorta di “NATO economica”, poiché se l’Alleanza Atlantica è chiamata a circoscrivere drasticamente il raggio d’azione delle potenze europee, sottoponendolo alla volontà statunitense, l’area di libero scambio transcontinentale mirerebbe a “disciplinare” i rapporti economici con i Paesi che minacciano di intaccare la supremazia statunitense. Non rappresenterebbe infatti una novità che l’intensificarsi delle relazioni commerciali funga da volano per il consolidamento di strette relazioni politiche, sorrette da particolari intese riguardanti i comparti strategici di maggiore rilievo (come l’alta tecnologia). Il TTIP patrocinato da Washington appare pertanto uno strumento “imperialistico” finalizzato a legare indissolubilmente le due sponde dell’Atlantico in un rapporto geoeconomico ideato su misura delle necessità statunitensi. Rafforzando il potere dei mercati finanziari e delle imprese multinazionali sui poteri politici locali attraverso l’incoraggiamento di una concorrenza tra sistemi legislativi atta ad agevolare la pratica del dumping nettamente sfavorevole alle finanze pubbliche, alla conservazione delle condizioni di lavoro, alla tutela dei salari, della sanità pubblica e del benessere generale delle popolazioni , il mercato transatlantico è il risultato di decisioni politiche dettate dalle pressioni esercitate dalle lobby industriali e, soprattutto, finanziarie. Il TTIP si propone di estendere le logiche del “mercato aperto” a livello planetario, in modo da piegare le resistenze opposte dalle popolazioni autoctone di Paesi come l’Ecuador (in cui la Bechtel ha dettato legge per molti anni) assicurando alle grandi compagnie il diritto di depredare le risorse naturali e stringere ulteriormente le nazioni nella morsa del debito. Imponendo gli interessi delle multinazionali a livello mondiale, «Il mercato transatlantico – osserva l’acuto analista belga Michel Collon – contribuirà ad aggravare la povertà e le disuguaglianze tra Nord e Sud, deteriorando sempre più gli ecosistemi, la biodiversità, il clima. Una volta consolidatosi, esso moltiplicherà i rifugiati climatici, rincarerà il prezzo delle derrate di base e ipotecherà l’avvenire e il benessere delle generazioni future» (1).
Effettivamente, l’applicazione di un sistema simile non potrà che favorire, pur in funzione meramente tattica, i grandi esportatori come la Germania, i quali capitalizzeranno un aumento degli sbocchi di mercato per le loro merci, mentre gli Stati più deboli verranno definitivamente privati del controllo sulle loro funzioni vitali – già massicciamente ridotto dall’ingresso nell’Unione Europea.
Non è certo un segreto che la creazione del TTIP risponda ad un preciso disegno geopolitico, elaborato da Washington allo scopo di frenare il proprio costante arretramento attraverso il modello “trilateralista”, che prevede la riorganizzazione del pianeta in “aree di libero scambio” ruotanti attorno al fulcro statunitense. L’evidente crisi della globalizzazione liberista ha infatti spinto gli USA a cercare di potenziare i propri strumenti di influenza e dominio, rappresentati dalle leve militare ed economica. In conformità a questa strategia, gli Stati Uniti hanno accerchiato la Cina sia dal punto di vista militare dislocando navi che fungono da basi galleggianti per le forze speciali dal Golfo Persico al Mar Cinese Meridionale e impiantando proprie installazioni presso Singapore, Thailandia, Filippine ed Australia, sia sotto l’aspetto economico attraverso la creazione del Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement (TPP), una “area di libero scambio” che coinvolge numerosi Paesi indio-latini e asiatici escludendo i BRICS, con particolare attenzione al “Paese di mezzo”, la cui crescita economica e politica costituisce un fattore suscettibile di intaccare la supremazia statunitense.
Il Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement (TPP) è effettivamente un accordo di libero scambio che coinvolge numerosissimi Paesi affacciati su entrambe le sponde del Pacifico, tagliando fuori la Cina. Oltre agli Stati Uniti, l’elenco dei Paesi che partecipano alle trattative del TPP include infatti Australia, Brunei, Cile, Canada, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.
TPP
Il Giappone, dal canto suo, ha espresso l’intenzione di aderire al progetto. Sviluppato mentre il Pentagono si prodiga per insediare la propria forza militare nella la regione Asia-Pacifico al fine di porre sotto il controllo di Washington le vie attraverso cui la Cina si rifornisce di energia, il TPP rappresenta chiaramente il braccio economico della politica del “pivot asiatico” condotta da Washington, mirante a riunire alcuni dei più promettenti nazioni situate nell’area del Pacifico in un regime di corporate-governance giuridicamente vincolante, convincendo i loro governi ad aderire al progetto attraverso garanzie di protezione dall’“espansionismo cinese” e la promessa di libero accesso al mercato degli Stati Uniti. L’amministrazione Obama intende chiaramente inaugurare un accordo volto ad imporre “una misura unica” volta a sostituire tutte le norme internazionali che limitano la volontà statunitense di regolare gli investimenti stranieri e il saccheggio delle risorse naturali da parte delle multinazionali. Le grandi imprese e i colossi di Wall Street stanno esercitando forti pressioni affinché Governo e Congressoignorino l’incostituzionalità del progetto, inseriscano misure che garantiscano la messa al bando di qualsiasi norma atta a regolare i movimenti di capitale e permettano alle corporation di citare in giudizio i governi nazionali, sottomettendo i Paesi firmatari alla giurisdizione di tribunali arbitrari di investitori. I tribunali internazionali disporrebbero quindi della facoltà di ordinare ai governi di pagare risarcimenti virtualmente illimitati alle grandi aziende, qualora la politica condotta da una qualsiasi delle nazioni membre del TPP andasse a limitare i futuri guadagni degli investitori.
«Recenti statistiche – osserva l’analista politico Nile Bowie – rivelano che la produzione economica combinata di Brasile, Cina e India supererà quella di Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti entro il 2020. Più dell’80% della classe media del mondo vivrà a Sud entro il 2030, in un contesto completamente diverso da quello attuale. Gli Stati Uniti sono economicamente in difficoltà, e il TPP – sogno erotico di Wall Street e la risposta di Washington alla sua diminuzione performance economica – è stato progettato proprio per permettere agli USA di fare grande business con una maggiore partecipazione nella regione emergente del Pacifico attraverso l’imposizione di un modello economico di sfruttamento sui Paesi firmatari che esenti le multinazionali e investitori privati ​​esenti da qualsiasi forma di responsabilità pubblica»(2).

E’ evidente che la strategia di Washington fondata sulle intimidazioni di natura militare e i tentativi di marginalizzazione economica dei Paesi non allineati attraverso la creazione di “aree di libero scambio” è destinata ad acuire le tensioni internazionali e suscitare nuovi pericoli di guerra. Si tratta di uno scenario che presenta diversi punti di contatto con quello di inizio ‘900, in cui il militarismo di matrice imperialista e l’espansione del liberismo economico che caratterizzò la prima, embrionale tendenza “globalizzante” si combinarono tra loro, innescando una micidiale sinergia negativa che condusse alla Prima Guerra Mondiale.

NOTE
1. Michel Collon, Ce que l’accord de libre-échange entre l’UE et les USA pourrait changer, http://www.michelcollon.info/Ce-que-l-accord-de-libre-echange.html?lang=fr.
2. Nile Bowie, The Trans-Pacific Partnership (TPP), An Oppressive US-Led Free Trade Agreement, A Corporate Power-Tool of the 1%, http://www.globalresearch.ca/the-trans-pacific-partnership-tpp-an-oppressive-us-led-free-trade-agreement-a-corporate-power-tool-of-the-1/5329497.
*Giacomo Gabellini è cartografo di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e autore dei libri “La parabola. Geopolitica dell’unipolarismo statunitense” e “Shock. L’evoluzione del capitalismo globalizzato tra crisi, guerre e declino statunitense”, pubblicati da Anteo Edizioni. Ha tenuto lezioni inerenti le cosiddette “primavere arabe” presso l’Università di Teramo.

mercoledì 26 febbraio 2014

5 per mille

L'associazione di volontariato Argonauti Onlus si occupa di ambiente in maniera pratica e diretta, grazie all'apporto di volontari anche di altre associazioni che hanno una formazione naturalistica. Stiamo lavorando oramai da due anni al restauro ambientale (pulizia e rimboschimento) dell'antico orto di Sta. Oliva, adiacente al complesso museale della città e del territorio a Cori (LT). 

Crediamo nel rispetto e nella cura dell'ambiente e non chiediamo soldi pubblici che in questo periodo scarseggiano. 
Abbiamo però sempre bisogno di materiali e strumenti per lavorare meglio: diamo perciò la possibilità a chi volesse aiutarci anche in forma indiretta con un contributo di poterlo fare donandoci il 5 per mille.

Per farlo basta compilare il modulo 730, il CUD oppure il Modello Unico e firmare nel riquadro: Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale, indicando il codice fiscale di Argonauti ONLUS:


 91120830590

Per altre informazioni o donazioni dirette contattateci tramite e-mail all'indirizzo: argonauti@autoproduzioni.net

Seguiranno aggiornamenti fotografici sullo stato dei nostri lavori.

Grazie della fiducia


venerdì 11 ottobre 2013

12 OTTOBRE: UNA GIORNATA DI MOBILITAZIONE - PER IL POPOLO DELL’ACQUA

Sabato 12 ottobre il popolo dell’acqua torna a mobilitarsi in tutto il Paese.
Nell'anniversario della “scoperta” dell'America, quando l'America Latina ricorda il suo “ultimo giorno di libertà”, saremo attivi nei territori attraverso una giornata di mobilitazioni diffuse contro i “nuovi colonialismi”, determinati dalla privatizzazione dei beni comuni e dalla mercificazione dei territori e della vita delle persone.
E’ questa una tappa di un percorso che, avviato dall’assemblea nazionale nel novembre 2012 del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, persegue la costruzione di intrecci fra i diversi movimenti e realtà territoriali in lotta per la riappropriazione sociale dei beni comuni e che ha visto nel campeggio all’Amiata del luglio scorso un momento fondamentale di elaborazione e condivisione.

Parteciperemo anche alla manifestazione nazionale promossa dall’appello “La Via Maestra”, promosso da Rodotà, Landini, don Ciotti e altri, con l’obiettivo di opporsi ai tentativi del governo delle “larghe intese” di riformare la Costituzione in senso autoritario e di provare a costruire una coalizione sociale per l’affermazione della democrazia e per la piena applicazione della Carta Costituzionale sui temi del lavoro, dei diritti, dei beni comuni e della pace.

Crediamo che la battaglia in corso in tutti i territori e a livello nazionale per la piena attuazione dell’esito della straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011 sull’acqua debba portare il proprio importantissimo contributo di contenuti e di pratiche sia per la costruzione di una forte alleanza dei movimenti per i beni comuni, sia per l’apertura di uno spazio pubblico di rivendicazione di una nuova democrazia.

Contro ogni tentativo - già annunciato a più riprese dal governo Letta, in accordo con i diktat monetaristi dell’Unione Europea - di aprire una nuova fase di privatizzazioni e di mettere una pietra tombale sull’esito referendario sull’acqua, e contro ogni tentativo di ridurre drasticamente gli spazi di democrazia, attraverso svolte autoritarie dentro le istituzioni e la criminalizzazione dei movimenti nella società.

Perché, oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.



Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

mercoledì 12 giugno 2013

I referendum per l'acqua pubblica compiono 2 anni


COMUNICATO STAMPA

I referendum per l'acqua pubblica compiono 2 anni, 13 Giugno 2013 ore 10.00 Piazza del Popolo Latina i comitati tornano in piazza. Il 12 e il 13 di Giugno di due anni fa, il percorso verso la ripubblicizzazione del Servizio Idrico del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, raggiunse lo straordinario risultato della vittoria referendaria con oltre 26 milioni di Italiani che scelsero per l'acqua pubblica e la difesa dei servizi pubblici locali. Da allora, nonostante i tribunali e la Corte Costituzionale
continuino a dare ragione ai comitati, nonostante la campagna di Obbedienza Civile abbia portato migliaia di cittadini ad autoridursi la bolletta rispettando il voto di due anni fa, la politica nazionale è stata sorda alle richieste dei cittadini. Si sono succeduti tre governi e nessuno di questi ha messo all'ordine del giorno un programma di ripubblicizzazione del servizio idrico, come gli italiani hanno chiesto con forza il 12 e il 13 Giugno del 2011.

Anche a Latina, 54.763 cittadini pari al 96,74% degli aventi diritto al voto, scelsero per l'Acqua Bene Comune, cioè, per la gestione pubblica del servizio idrico integrato e la cancellazione della quota del 7% dalla bolletta dell'acqua.

Nell'ATO Territoriale 4 – Lazio Meridionale – il S.I.I. - Servizio Idrico Integrato è gestito da Acqualatina  S.p.a.  che  ha  continuato  ad  inserire  indebitamente  in  bolletta  la remunerazione del capitale investito, esercitando così appropriazione indebita di somme di denaro non più dovute a seguito del voto referendario. A questa illegalità, migliaia di utenti si sono ribellati, inviando ad Acqualatina S.p.a. richiesta di rimborso e procedendo all'autoriduzione della bolletta della quota non dovuta del 7%.
Il coordinamento locale del  Forum Italiano dei Movimenti per l'acqua, il  Forum Pontino  dei  diritti  e  beni  comuni,  Associazioni,  Partiti  e  Sindacati  (che  hanno sottoscritto la proposta di delibera di iniziativa popolare e la richiesta delle necessarie modifiche  dello  Statuto  comunale  per  avviare,  anche  a  Latina,  il  processo  di ripubblicizzazione del S.I.I, depositate agli atti del consiglio comunale di Latina in data 01-08-2012) sollecitano il sindaco a discuterle in consiglio comunale.
La mobilitazione del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua non si è mai fermata e, a due anni dalla vittoria referendaria, rilancia in Italia la  CAMPAGNA DI OBBEDIENZA CIVILE per chiedere la ripubblicizzazione del Servizio Idrico e la piena attuazione dei referendum, per l'ACQUA BENE COMUNE.

Latina 11/06/2013

Il coordinamento Forum Pontino dei Diritti e Beni Comuni

- Forum Italiano dei Movimenti per l'acqua

www.forumbenicomuni.it    www.acquabenecomune.org

mercoledì 5 giugno 2013

FISHEAD 2012

Fishead: Un interessante Documentario sullo stato psico sociale della nostra civilizzazione e della nostra cultura.



Ecco il link alla versione sottotitolata:
http://www.youtube.com/channel/UC6vLTkSRvNn5LxAU2V4QA6A